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Colture no-food in toscana
22 Aprile 2010
Intervista a Beppe Croce sulle colture no-food in toscana. Si segnala che nel testo ci sono alcune imprecisioni perché si tratta di una intervista telefonica.
di Riccardo Mostardini per Greenreport.it
Stato delle colture no-food in Toscana, Croce (Legambiente): la strada giusta è l’integrazione, anche col fotovoltaico
Il progetto in corso in Toscana per il sostegno ad una filiera dell’olio vegetale puro ruota intorno a rotazione, tracciabilità, valorizzazione dei co-prodotti foraggeri. La parola chiave è “integrazione” tra food e no-food, oltre che con le altre energie rinnovabili
FIRENZE. Le colture energetiche no-food sono una strada promettente, o esse rappresentano solo "terre sottratte all'agricoltura"? Secondo Beppe Croce, responsabile del settore Ruralità di Legambiente Toscana, il problema esiste ma può essere ridotto praticando la rotazione colturale, accorciando la filiera, puntando alla tracciabilità delle materie prime e valorizzando, come co-prodotti per l'alimentazione zootecnica, i residui derivanti dalla lavorazione del girasole, con la conseguenza peraltro anche di una minore necessità di ricorrere all'importazione di prodotti foraggeri, spesso (come nel caso della soia) derivanti da coltivazioni ogm. In questo senso va il progetto per il no-food attualmente condotto in Toscana, che è da considerarsi un'iniziativa "gemella" dell'ormai concluso progetto "S.I.E.n.a. (vedi link in fondo alla pagina) e che ne costituisce un'evoluzione verso l'utilizzo di biocarburante puro e non più di una miscela.
Questa integrazione tra le diverse pratiche, secondo Croce, è la ricetta giusta anche per la questione del fotovoltaico a terra su terreni rurali: in questo senso sono da scoraggiare, invece, i grandi impianti fv piazzati su ampie estensioni rurali.
Croce, quale seguito ha avuto il progetto S.I.En.a. (Sviluppo integrato delle energie rinnovabili provenienti dal settore agricolo), il progetto-pilota per la creazione di una filiera corta del biodiesel nella provincia di Siena?
«Quest'anno è stata attivata un'iniziativa "gemella", incentrata sulla creazione di una filiera pilota per l'utilizzo di olio vegetale puro, e non più di carburante "misto" come previsto nella fase conclusasi lo scorso giugno. Inoltre il progetto attuale è incentrato maggiormente sul settore agricolo rispetto al passato.
Le semine, che sono in corso proprio in questi giorni, riguardano 8 aziende dalle caratteristiche molto differenziate tra loro (grandi/piccole, biologico/non biologico, ecc.). La coltura riguarda quasi esclusivamente il girasole, che sarà spremuto a freddo presso l'azienda di Mondeggi (Fi) e sarà utilizzato poi in diversi modi: l'olio, infatti, potrà servire ad aziende dotate di serre, per l'azionamento del bruciatore che a questo proposito necessita solo di ricevere degli adattamenti al carburante utilizzato. Altre aziende lo utilizzeranno per la cogenerazione, altre per alimentare i trattori. Un altro ambito importante di applicazione, infine, riguarda un'azienda agricola che utilizza decine di migliaia di litri (siamo sui 40.000 litri/anno) di acqua per l'irrigazione, e che potrà far funzionare le pompe con l'olio da girasole.
Ma l'obiettivo non è tanto di matrice tecnica, ma riguarda soprattutto la creazione di una filiera, in modo da far sì che tutti i componenti di essa (chi coltiva, chi spreme, ecc.) abbiano il loro tornaconto economico.
E poi ci sono i co-prodotti della lavorazione del girasole, che sono utilizzabili per l'alimentazione zootecnica: e questo è un punto molto importante, perché spesso le colture alimentari e quelle no-food vengono messe in contrapposizione. Questo è tendenzialmente un errore: certo, se la logica di impresa gira intorno al "faccio l'impianto, e poi vediamo come e con cosa lo alimento", allora ciò che ottengo sono solo danni all'agricoltura e alla fertilità dei terreni. Discorso diverso vale invece se faccio le cose in altro modo, ad esempio - appunto - puntando sia alla produzione di no-food sia a quella di co-prodotti foraggeri. E questo, peraltro, permette di ridurre le importazioni di mais e soia dai paesi esteri: due colture che sono, nel mondo, derivanti al 50% (per il mais) e quasi al 100% (per la soia) da coltivazioni ogm. Teoricamente in Italia questi ogm non dovrebbero entrare, ma le importazioni sono difficili da controllare: con la produzione di co-prodotti foraggeri, il problema dell'import si ridurrebbe».
Quindi possiamo giudicare sovra-stimata l'incidenza del problema "food vs no-food"?
«Il problema-cibo non deriva tanto dalle colture energetiche, quanto dal fatto che milioni di persone, nel mondo, si stanno orientando verso il consumo di carne bovina, con tutti i problemi (produzione di metano, consumo di suolo) annessi: in Argentina ci sono ormai milioni e milioni di Ha destinati alla sola produzione di colture foraggere, questo è il vero problema. Inoltre, troppa poca importanza è stata data al mantenimento del criterio della rotazione delle colture: dovunque, nei decenni passati, l'attività agricola è stata condotta in direzione della monocoltura/monosuccessione, si sono avuti gravi problemi di perdita di fertilità. Invece la rotazione (un caso di scuola in tal senso è quanto sta venendo realizzato nelle Murge, in Puglia) permette non solo di produrre anche energia, ma anche di migliorare la resa del grano e del mais piantati. Quindi, in definitiva, la diatriba food-no food assume un valore diverso se le azioni colturali comprendono la pratica della rotazione e la produzione di co-prodotti.
E poi ci sono gli incentivi: l'Ue, anche se non ha attivato vere e proprie iniziative per la filiera corta, comunque ha posto in atto una politica finalizzata ad evitare che venga usato olio proveniente da chissà dove. In pratica, l'Ue vincola i finanziamenti alla tracciabilità della filiera e alla provenienza comunitaria dell'olio: e, anche se quest'ultima condizione non ha più molto senso (si può usare olio rumeno, ma non ucraino?), comunque essa dovrebbe impedire che le centrali a biomasse agricole italiane siano alimentate con olio di palma derivante dalla distruzione di foreste tropicali.
Poi gli impianti a olio di palma si possono fare, certo, anzi dove mi trovo ora (zona di Cortona- Ar) ce ne sono molti: ma gli incentivi europei sono, per questo tipo di pratiche, minimi (sui 18 cents/kwh), mentre per avere incentivazioni maggiori (fino a 28 c/kwh) l'Ue impone tracciabilità e dimensioni dell'impianto minori di 1 Mw».
Ma come si valuta e si garantisce la tracciabilità?
«Su questo, proprio pochi giorni fa (il 31 marzo) è uscita una circolare che spiega questo aspetto: il meccanismo sarebbe complesso, ma comunque per ora è stato introdotto un regime transitorio, che si basa sostanzialmente sull'autocertificazione».
Quale, secondo lei, il punto di equilibrio tra colture energetiche, tutela del paesaggio e installazione di impianti fotovoltaici su terreni agricoli, anche alla luce dell'intervento di Carlo Petrini su "Repubblica" di sabato?
«Premesso che non ho potuto ancora leggere l'intervento di Petrini, comunque consideriamo anzitutto che gli incentivi per le colture energetiche (come detto, fino a 28 c/kwh) sono molto minori del fotovoltaico a terra, che riceve incentivi per 38-40 cent/kwh. I due ambiti di trasformazione energetica possono essere posti in opera in modo integrato, attraverso impianti di dimensioni modeste. Però devo dire anche che stanno uscendo molti progetti per la creazione di impianti fotovoltaici di grandi dimensioni, come nel distretto di Cortona di cui sopra, dove sono in corso progetti per 30 impianti fv a terra.
E peraltro parliamo di diversi progetti da 4 ettari, e di uno da 16 ettari che sarebbe realizzato al confine tra Umbria e Toscana, in una zona considerata degradata ma dove comunque un impatto si avrà: insomma, il tema del fotovoltaico sui terreni agricoli è da tenere sott'occhio, agendo anche in direzione di limiti e disincentivazioni. E il punto è agire perché le colture energetiche e il fv siano tra loro integrati, e non sostitutivi.
Ed è vero che un ettaro di fotovoltaico produce più elettricità di 10 ha di girasole, cioè il ciclo delle biomasse ha un'efficienza energetica minore di quello del fv: ma occorre considerare che le biomasse non sono "materia bruta" come il petrolio o il carbone, ma bensì parti integranti di un sistema vivente che, oltre alla resa energetica ed alimentare, dà anche risultati in altre direzioni, come ad esempio quella riguardante la tutela del paesaggio».
Green dream: ecodesign e nuovi materiali
Articolo pubblicato su "La Nuova Ecologia" di febbraio
GREEN DREAM Oggetti che piacciono a chi li usa. E che servono anche a salvare la terra. Così il design diventa low carbon
di Beppe Croce (Presidente Legambiente e segretario Associazione Chimica Verde Bionet)
ECODESIGN E NUOVI MATERIALI
Nello studio incompiuto dei Passages, le gallerie al coperto di ferro e vetro costruite a Parigi nel corso dell’Ottocento, Walter Benjamin va sulle tracce della prima grande rivoluzione culturale prodotta dal capitalismo. Nella fantasmagorica concentrazione di merci multicolori e di novità - i dagherrotipi, i panopticon, le lampade a gas - esposte nei Passages, Benjamin osserva il rivolgimento nel rapporto dell'arte con la tecnica. All’opera d’arte, ormai distrutta nella sua pretesa di unicità e irripetibilità, si sostituisce un protagonista ibrido: l’oggetto industriale. L’oggetto progettato secondo esigenze tecniche, ripetibile in serie, ma che deve anche sedurre e creare un’atmosfera di sogno, se vuole conquistare i cuori e le borse delle nuove folle metropolitane. Dalle prime ceramiche in serie di Wedgwood al Macintosh della Apple, per oltre due secoli il design industriale giocherà essenzialmente tra queste due dimensioni: funzionalità ed estetica.
Mancava finora una terza dimensione: il rapporto col prima e col dopo dell’oggetto, col ciclo di vita di materia ed energia che l’oggetto assorbe e consuma. Ossia la dimensione ecologica. L’approccio ‘eco-design’, la progettazione eco-compatibile dell’oggetto, ci consentirebbe di passare da una difesa ambientale impegnata per lo più a “metter toppe” a valle dei processi industriali (emissioni, rifiuti) a un intervento a monte per ridurre al minimo l’impatto di tutto il ciclo di vita del prodotto.
“Il designer ha una responsabilità etica nei confronti di quello che produce” affermava oltre trent’anni fa l’architetto e designer Alessandro Mendini (Alchimia). Il design infatti, questa attività immateriale apparentemente innocua, è in grado di determinare circa l’80% di tutti gli impatti ambientali di un prodotto, secondo quanto affermano gli esperti del Fraunhofer Institut e della DG TREN (Trasporti ed Energia) dell’Unione Europea.
Solo oggi l’ecodesign inizia a muovere passi significativi grazie alla crescita del consumo critico e soprattutto grazie alla normativa europea che spinge a ‘far di necessità virtù’ (vedi riquadro). Misure quali l’imposizione all’industria dell’auto di garantire entro il 2015 il riuso e recupero del 95% dei materiali impiegati, l’obbligo futuro di dichiarare tutte le sostanze pericolose impiegate in un prodotto con un volume annuo superiore a una tonnellata, l’obiettivo di ridurre al 2020 del 20% le emissioni serra o il marchio CE solo per prodotti con certi requisiti, hanno innescato una ricerca in direzione di materiali meno energivori ed inquinanti.
“Alla domanda – qual è il materiale più ecologico? – credo che oggi si debba rispondere: riprodurre la plastica”. Non so se con questa tesi Mendini pensasse solo al riciclaggio o sapesse che un suo contemporaneo, Raoul Gardini, già immaginava una plastica prodotta in campo. Oggi questa plastica è il primo neo-materiale a imporsi in volumi di massa – nei supermarket, nelle sagre e nelle fiere – al posto delle plastiche della petrolchimica. Un prodotto derivabile dal mais o da altre amidacee e domani dagli scarti dell’agroindustria, biodegradabile in meno di 30 giorni, contro i secoli degli shopper tradizionali che vanno a ingorgare gli oceani e i ventri di orche e balene.
Il mondo vegetale, come sa bene ogni comunità rurale del globo, offre un’enorme varietà di materiali alternativi - amidi, acidi grassi, fibre, terpeni, pigmenti, surfattanti – che a differenza dei loro parenti fossili sono rinnovabili annualmente, facilmente biodegradabili e con un bilancio di emissioni serra pressoché nullo.
Fornitori di componentistica per auto e produttori di pannelli per edilizia cercano nelle fibre vegetali – lino, canapa, ginestra, juta, kenaf - alternative alla fibra di vetro e alla lana di roccia. Certo è dura quando l’unico cliente italiano per l’auto, Fiat, delocalizza e interi segmenti del made in Italy –filatura e tessitura ad esempio – evaporano. Ma la crisi stimola anche nuove direzioni. Un’azienda chimica del polo conciario di Santa Croce, Chimont, da qualche anno scommette sulle “pelli al naturale”. Pelli certificate prive di metalli e di aldeidi, ingrassate con oli di girasole al posto dei tossici alchilbenzeni. Una nicchia ancora piccola ma allettante se il mercato Usa e nord europeo inizia a rispondere e se oggi anche una grande marca come Ferragamo lancia una linea di eco-borse.
Poche settimane fa un’azienda toscana, WIP, ha lasciato il distretto pratese in agonia per trasferirsi in montagna, ai confini del Parco delle Foreste Casentinesi, e aprire una fabbrica “a impatto zero”per produrre pannolini in biopolimeri e cotone biologico. Un processo d’avanguardia consente il recupero di tutte le polveri e degli scarti di lavorazione per avviarli al compostaggio. E ha già siglato un accordo con una catena della grande distribuzione europea.
Ma come insegna la lezione dei Passages, non basta dire ‘ecologico’ e neppure ‘funzionale’ se non fai sognare. Per questo il design ha un ruolo cruciale. Fortunatamente, insieme alle imposizioni di legge, cresce una diversa sensibilità tra gli stessi progettisti, testimoniata proprio dai santuari dell’effimero, come la moda. L’ecofashion – la proposta di capi di abbigliamento in fibre naturali, colori vegetali o materiali di riciclo – da tre anni sta acquisendo uno status nelle sfilate di Milano, Roma o Firenze, stimolando la passione dei giovani stilisti per una ricerca che è al tempo stesso creativa ed etica.
La Cattolica di Milano ha dedicato il maggio scorso diverse giornate e seminari paralleli a questo fenomeno e analogamente fa l’Università di Camerino col consorzio Arianne (una rete di aziende tessili e artigianali del Centro Italia che lavorano su fibre e colori naturali), mentre gli studenti del corso di laurea in disegno industriale dell’Università di Firenze si confrontano in questi mesi con vari esperti sul modo più opportuno di inserire il ‘prodotto verde’ nel Concept e nel Product Design.
E’ un decisivo salto di qualità rispetto all’offerta un po’ ingenua e primitiva del ‘prodotto naturale’ (anche il petrolio e la cicuta sono naturali). Il design – o meglio l’eco-design – ci aiuta a studiare e comprendere a fondo le funzionalità e i punti critici di ogni materiale, nonché l’estetica e il suo corredo di immaginario, perché sia realmente in grado di imporsi come alternativa sul mercato.
Proprio l’Italia, tardi e male arrivata all’industrialismo, o forse proprio per questo, ha offerto al mondo per tutto il Novecento una gamma di oggetti che hanno creato il mito del Made in Italy: dalla Lettera 22 di Olivetti alla Vespa, alle carrozzerie di Bertone, Giugiaro, Pininfarina. Per non parlare dell’arredamento, dei vari Vico Magistretti, Aulenti, Sottsass, Munari. Tutti nomi non a caso operanti a Milano. Rilanciando la tesi di un caro amico scomparso da poco, Oscar Marchisio, Milano con la sua concentrazione di saperi progettuali – se riuscisse a liberarsi dalla sottocultura yuppie che ancora la ottunde (antitesi della responsabilità etica di cui parlava Mendini) – forse potrebbe giocare il ruolo di capitale di questa nuova stagione del design.
La centrale a biomasse di Renaia
21.12.2009
La Centrale a Biomasse di Renaia – Cortona Un impianto “spezzatino” per ottenere gli incentivi pubblici
Il progetto di centrale a biomasse di Renaia, a Cortona (6 impianti in un unico capannone da 256 KWe ciascuno, alimentati a olio di palma) è il contrario di quanto intendiamo per impiego sostenibile delle agrienergie. Il pericolo serio di simili impianti a olio vegetale non riguarda le emissioni. Su questo concordiamo col Sindaco di Cortona, Andrea Vignini, e con l’assessore della Provincia, Andrea Cutini. Nel caso di Cortona stiamo infatti parlando di sei motori di autocarro, che essendo alimentati a olio vegetale produrranno emissioni meno inquinanti di un motore diesel (niente zolfo ad esempio, niente idrocarburi policiclici aromatici, notoriamente cancerogeni), da confrontare invece con le decine di migliaia di veicoli al giorno che passano sulla SR 71.
Il pericolo è un altro. Le materie prime di origine agricola o forestale sono indissolubilmente legate all’uso del suolo, e quindi a risorse vitali come la produzione di cibo, la fertilità dei terreni e la qualità delle acque. Per questo motivo è fondamentale, quando si parla di biomasse, esigere il criterio della “tracciabilità”, ossia sapere non solo da dove vengono ma come sono state coltivate le materie prime e su quali tipi di terreni (ad es. deforestando, distruggendo biodiversità e riserve di carbonio?). Inoltre, il grande vantaggio delle agrienergie consiste nel dare autonomia e ulteriori occasioni di reddito alle agricolture locali. Ma l’olio di palma non porta alcun valore aggiunto ai cortonesi e al loro territorio, se non alle tasche dei gestori dell’impianto. Ci sembra inoltre poco convincente la giustificazione che sarebbe un rimedio temporaneo in prospettiva di passare all’uso della mitica Jatropha Curcas. E’ da anni che sentiamo parlare di progetti di sviluppo in Africa della Jatropha, pianta rustica che secondo alcuni si potrebbe coltivare in terreni semiaridi. Ma le cose con la Jatropha sono molto più complesse e i costi/benefici molto dubbi. Il vero problema è che oggi in Italia e in Toscana nulla vieta al primo investitore che passa di farsi con una semplice Dia (dichiarazione di inizio lavori) un impianto con olio vegetale di qualsiasi provenienza e guadagnare 28 centesimi/kwh, l’incentivo più alto concesso in Europa per le biomasse. Le nuove leggi nazionali emanate nei mesi scorsi infatti concedono questo incentivo a tutti gli impianti per la produzione di elettricità da biomasse al disotto di un Megawatt di potenza (non a caso i proponenti di Cortona, come altri imprenditori in Lucania, hanno fatto la furbizia di suddividere una centrale da 1,5 MW in 6 impianti autonomi), senza introdurre alcun criterio selettivo di filiera corta o almeno di efficienza energetica. Risultato: si premiano l’inefficienza egli affaristi anziché premiare gli agricoltori.
Su quest’onda iniziano a proliferare Dia di altri progetti, che rischiano di venire approvati senza neppure una Conferenza dei Servizi, come potrebbe accadere per un prossimo impiantino a olio di palma che dovrebbe sorgere addirittura nella sede ex Standa in pieno centro ad Arezzo (affaristi del giro di Eutelia che nulla hanno a che fare, crediamo, con l’agricoltura).
Questo rischia di vanificare anche gli sforzi di chi, sul territorio toscano, sta invece sviluppando da anni ottimi esempi di impianti efficienti e legati alle risorse del territorio, come le piccole centrali di teleriscaldamento a biomasse in varie frazioni rurali (es. Cetica o Loro Ciuffenna) o il progetto di gassificazione da paglia di cereali di Gallina in Val d’Orcia.
Chiediamo pertanto alla Regione Toscana e alla Provincia di Arezzo di assumere rapidamente tutte le misure in loro potere per evitare che il territorio venga inondato di impianti inefficienti che producono solo elettricità con oli, residui agricoli o cippato di dubbia provenienza. Non abbiamo bisogno di dichiarazioni inattuabili contro l’olio di palma, come nell’ultimo Piano Energetico Regionale (PIER). Abbiamo bisogno di prescrizioni serie che obblighino i gestori di impianti a garantire la tracciabilità e la sostenibilità ambientale delle loro filiere (risparmio di emissioni di CO2, uso dei suoli di origine, metodi di coltivazione, minimi di efficienza energetica).
LEGAMBIENTE circolo “Laura Conti” Arezzo e circolo “Padre Ernesto Balducci” Valdichiana
ITALIA NOSTRA Valdichiana
Referendum: una moda pericolosa
18 Aprile 2010
Referendum: una moda pericolosa
Di Vittorio Cogliati Dezza
Presidente Nazionale Legambiente
Dopo i contraddittori risultati elettorali si torna a parlare di mettere in pista vari referendum. Nulla di più sbagliato e controproducente. Legambiente dice sì al referendum contro l’obbligo di privatizzare l’acqua, ma pensiamo che sia sbagliato proporre gli altri referendum.
Le norme che obbligano alla privatizzazione dell’acqua sono già in atto e stanno iniziando a dispiegare tutti i loro effetti nocivi. Ciò che ci preoccupa non è solo che sono stati messi in discussione alcuni principi fondamentali: l’acqua è un bene comune, il suo accesso deve essere garantito a tutti, il suo utilizzo deve rispondere a criteri di utilità pubblica. Ma anche che così si allontana la soluzione dei veri problemi: 33% dell’acqua persa nella distribuzione; 30% di italiani senza depuratore e 15% senza rete fognaria; costo mediamente basso della risorsa che non ha sfavorito i grandi consumatori; assenza di una authority pubblica, autorevole e indipendente, per controllare che le gestioni rispondano ai criteri di un uso socialmente equo e ambientalmente sostenibile dell’acqua.
La campagna referendaria, promossa dai movimenti, ha un forte carattere di trasversalità e, al di là della difficoltà di raggiungere il quorum, offre comunque l’occasione per fare chiarezza sui problemi e sulle soluzioni e può creare sul territorio vaste alleanze necessarie per far cambiare la normativa vigente.
In questo percorso, per nulla semplice, l’ipotesi che l’Italia dei Valori voglia presentare da sola nuovi referendum, tra cui acqua e nucleare, crea altri ostacoli e difficoltà.
Se un referendum su un solo tema già incontra grandi rischi nel superamento del quorum, più referendum insieme moltiplicano gli avversari e, come è sempre successo, rendono certo il fallimento. Per l’acqua, poi, un secondo referendum in competizione risulterebbe incomprensibile e creerebbe un’enorme confusione, mentre nel caso del nucleare ci sono due ragioni specifiche che ci spingono a chiedere all’Italia dei Valori di fermarsi.
1. La via del nucleare in Italia è cosparsa di ostacoli (non a caso l’Enel non l’ha previsto nei suoi programmi finanziari fino al 2015), il movimento antinucleare sul territorio è forte, l’opinione pubblica è sempre più orientata contro (basti pensare al profilo assunto in campagna elettorale dai filo nuclearisti): la battaglia si può vincere.
2. Il referendum rappresenta per il movimento il terreno più sfavorevole perché la campagna per la raccolta delle firme non aggiungerebbe nulla alla mobilitazione sociale che è già in atto, perché ai filo nuclearisti, visti i tassi di astensione, basta convincere il 20% degli elettori a non votare, perché il fallimento del quorum rappresenta una vittoria del SI e spianerebbe tutti gli ostacoli.
I sia pur legittimi interessi di partito non possano arrivare fino al punto di schiacciare gli interessi della maggioranza degli italiani, portandoli ad una sconfitta su un terreno come il NO al nucleare su cui è possibile vincere, adottando gli strumenti adatti.
Per questo ci auguriamo che l’Italia dei Valori ci ripensi e si confronti con i movimenti e le organizzazioni, che da anni stanno combattendo, per trovare una strategia comune che ci porti a cancellare definitivamente il rischio nucleare in Italia.
Il mondo decide, l'Italia lo ignora
19.12.2009 Oggi si è concluso il summit di Copenhagen con risultati discutibili.
Vi proponiamo un articolo scritto da Roberto Della Seta e Francesco Ferrante pubblicato su Europa il 19.12.2009 come spunto di riflessione vicende del vertice sul clima.
Il mondo decide, l'Italia lo ignora
Siamo un Paese “extra-territoriale”. Mentre nel mondo per quindici giorni la Conferenza sul clima di Copenaghen ha occupato stabilmente le aperture di giornali e telegiornali, ha invaso le dichiarazioni dei politici, ha mobilitato l’attenzione dei principali decisori economici, da noi l’informazione, la politica, le grandi imprese hanno fatto finta di niente, come se il problema le sfiorasse appena, e quando hanno detto o scritto su Copenhagen spesso hanno mostrato una desolante incapacita di entrare nel merito delle questioni su cui si stanno giocando l’andamento e l’esito del vertice.
La misura di questa nostra “alterità” è sia quantitativa che qualitativa. Per esempio, com’è possibile che l’ormai celeberrimo “omicidio di Garlasco”, cioè un caso giudiziario come ce ne sono centinaia ogni anno, diventi con l’assoluzione dell’imputato il tema obbligato di tutti i talk-show e gli approfondimenti televisivi e la prima notizia sui più autorevoli quotidiani d’informazione, mentre Tg1 e Tg2 dedicano al summit sul clima due minuti a fine telegiornale?
In alcuni casi, la distratta sottovalutazione dell’evento danese ha prodotto effetti paradossali. Così, la Repubblica ieri ha affibbiato all’ottimo resoconto da Copenhagen di Antonio Cianciullo un titolo (“Copenhagen verso il flop”) che dice l’esatto contrario di ciò che scrive lo stesso Cianciullo. E così, sempre ieri l’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti – non un passante ma il capo di una delle più importanti industrie energetiche europee – ha dichiarato testualmente che la Conferenza è avviata al fallimento perche non ha coinvolto le imprese: ora, a parte la previsione che sembra piuttosto un auspicio (Enel guida da tempo insieme a Confindustria il fronte degli avversari di ogni accordo vincolante sul clima), bastava che Conti avesse spedito qui qualche suo lobbysta per sapere che di imprese al “Bella Center” che ospita la Conferenza ce ne sono molte, solo che nessuna è italiana.
In questa gara a chi è più lontano dallo “spirito dei tempi” – difficile dubitare che l’intreccio tra problema climatico e prospettive economiche che domina la discussione a Copenhagen, sia oggi una parte rilevante dello spirito dei tempi –, informazione e politica si sostengono e si alimentano a vicenda, come in un gioco di specchi dove non si capisce dov’è l’origine dell’immagine e dove la replica.
Comunque e per fortuna, la Conferenza sul clima va avanti. La chiusura inizialmente prevista per ieri sera, è slittata, e ancora non si è persa la speranza che si giunga a un accordo politico vincolante. Obama e Sarkozy, Lula e Zapatero, Brown e Merkel, Wen Jiabao e Ban Ki Moon hanno passato le ultime ore seduti fianco a fianco a scrivere i termini del documento: che dovrebbe impegnare i Paesi ricchi (Stati Uniti compresi) a ridurre di almeno il 20/25% le loro emissioni entro il 2020 e a finanziare con 100 miliardi di dollari l’anno (sempre di qui al 2020) l’ecosviluppo del Sud del mondo, la Cina e gli altri “giganti” emergenti a quasi dimezzare l’intensità di carbonio delle rispettive economie, tutti ad accettare qualche forma di monitoraggio delle azioni svolte e dei risultati raggiunti. Il tutto per riportare le concentrazioni in atmosfera dei gas a effetto serra a livelli tali da scongiurare quelle conseguenze sociali ed economiche incontrollabili che deriverebbero da un ulteriore, sensibile aumento della temperatura media trerrestre..
Obama ieri ha detto: “dobbiamo decidere qui ed ora, e la scelta è tra passato e futuro”. Lula ha ammonito che la lotta ai cambiamenti climatici è la sfida decisiva per lo sviluppo e per sconfiggere la povertà. I cinesi hanno rivendicato d’essere già ora tra i Paesi leader nelle energie rinnovabili. Merkel e Sarkozy spingono perché l’Europa porti dal 20 al 30% il suo obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti al 2020. Berlusconi, questa volta davvero senza colpe, mancava all’appello, ma la destra italiana era rappresentata dai suoi senatori firmatari della mozione in cui si afferma, letteralmente, che i cambiamenti climatici sono un’invenzione degli ambientalisti.
Saluti dal mondo.
ROBERTO DELLA SETA
FRANCESCO FERRANTE
Rifiuti, una valutazione complessiva che può risolvere molte inquietudini
Rifiuti, una valutazione complessiva che può risolvere molte inquietudini
Condivido la richiesta avanzata da Rifondazione Comunista su questo giornale di una Valutazione Ambientale Strategica (la cosiddetta “VAS”) sull’intera area San Zeno, Badia al Pino, Pieve al Toppo, Tegoleto, Tuori e parte del Comune di Monte San Savino. Infatti in quest’area si concentrano attività e traffici che da anni destano inquietudini sulle loro implicazioni complessive per la salute dei residenti. Mi sembra del resto che l’amministrazione di Arezzo, tramite l’assessore Banchetti, si sia già dichiarata favorevole in tal senso. Tuttavia se non si chiarisce bene l’obiettivo, una VAS rischia di dire tutto e nulla. Innanzitutto la VAS è uno strumento di pianificazione e non si attiva per singoli progetti di ampliamento tipo San Zeno o Chimet: per queste cose esiste la VIA, ossia la Valutazione di Impatto Strategico, che può essere ben più rigorosa e impositiva di una VAS. Una VAS in ogni caso dovrà farla per legge la Provincia entro il prossimo anno, in previsione del nuovo piano interprovinciale dei rifiuti della Toscana Meridionale (il nuovo super-AATO Arezzo-Siena-Grosseto). Ma nel frattempo, e la cosa è un po’ paradossale (uno si aspetterebbe che prima fai il piano e poi decidi dove e quali impianti si fanno), i lavori per il nuovo impianto di San Zeno possono andare avanti, perché così è già stato deliberato dal Piano Straordinario dei Rifiuti (una sorta di ‘pre-piano’ montato in fretta e furia lo scorso anno tra i Comuni delle tre Province per i nuovi obblighi della legge Toscana). E se non andranno avanti i lavori, il nuovo super-AATO di Arezzo and Company rischia il commissariamento per inadempienza, come già accaduto per l’Ato della Costa Tirrenica. Insomma la faccenda è piuttosto ingarbugliata, grazie alla ‘genialità’ della nuova legge toscana sui super-Ato, e il rischio è che la VAS arrivi quando i buoi hanno lasciato la stalla.
Allora più sensato mi sembra esigere, prima di avviare i primi lotti per il nuovo impianto di San Zeno, una seria Valutazione di Impatto Strategico (VIA). Una VIA fatta bene non è acqua fresca, come ha dimostrato la recente procedura per la Chimet, che ha implicato una concertazione coi cittadini e con gli stessi Comitati, che hanno potuto eleggere i loro rappresentanti scientifici. E una VIA ben fatta non può ignorare cosa si produce e quanto si inquina anche fuori dall’impianto, ossia nella zona. Parecchi dati attorno a San Zeno sono già stati collezionati da Arpat in questi anni. Infine una seria analisi delle fonti inquinanti non può riguardare solo alcune aziende, sospette in quanto trattano rifiuti, ma tutte le attività a rischio della zona, a partire da quelle orafe fino all’inquinamento provocato dai veicoli sulla vicina autostrada. Altrimenti si rischia di mettere tutti in un sol mazzo, come fanno certi “veri ecologisti”, per i quali un inceneritore di rifiuti ospedalieri e un impianto di cogenerazione a biomasse sono la stessa cosa, ossia una minaccia nucleare. Se fatti a regola (e questo ce lo deve dire Arpat), ben vengano impianti come quello della Romana Maceri, che producono elettricità e calore dagli oli esausti di frittura o che fanno la depolimerizzazione dei pneumatici. Sono attività, se ben fatte, che ci aiutano a ridurre un po’ tutta la merda che produciamo e soprattutto a ridurre il nostro consumo di petrolio e materie prime non rinnovabili. Anziché dire sempre no (ormai si dice a no anche all’eolico, vedi Coldiretti e Federcaccia toscane), sarebbe meglio esigere forme più avanzate di concertazione e controllo democratico.
Beppe Croce Presidente Legambiente Arezzo






